Fonti rinnovabili e guerre

Negli ultimi mesi emerge con crescente evidenza una linea politica contraddittoria adottata da diversi governi europei, tra cui quello italiano. Da un lato si assiste a una decisa accelerazione verso un incremento straordinario delle spese per la difesa, con l’obiettivo di avvicinarsi a una quota pari al 5% della spesa pubblica complessiva. Questa scelta riflette una diffusa percezione di instabilità geopolitica e la convinzione che l’Europa possa essere coinvolta, direttamente o indirettamente, in conflitti armati nel prossimo futuro.

Tale incremento di bilancio è articolato in due componenti distinte: circa il 3,5% destinato alle spese militari tradizionali — armamenti, personale e mezzi — e un ulteriore 1,5% dedicato a una nozione più ampia di sicurezza, comprendente la protezione informatica e la salvaguardia delle infrastrutture strategiche. Proprio in riferimento a questa seconda quota, è stata avanzata l’ipotesi di includere il Ponte sullo Stretto di Messina tra le infrastrutture critiche di interesse nazionale.

La motivazione addotta a sostegno di tale proposta si fonda su scenari geopolitici che ipotizzano pressioni o minacce provenienti dall’area mediterranea meridionale, con conseguenti flussi di popolazione verso il Nord del Paese. Al di là della discutibile solidità di queste argomentazioni, resta il fatto che un’infrastruttura di questo tipo rappresenterebbe, in caso di conflitto, un obiettivo altamente vulnerabile e facilmente neutralizzabile. Non sorprende quindi che tanto l’Unione Europea quanto la NATO abbiano respinto l’idea.

Ben più articolata e priva di intenti propagandistici appare invece la posizione espressa da un gruppo di ex alti ufficiali britannici, che in una recente lettera indirizzata ai leader europei ha suggerito un utilizzo alternativo di parte delle risorse destinate alla sicurezza: l’investimento nelle energie rinnovabili.

Il legame tra transizione energetica e sicurezza nazionale è tutt’altro che marginale. Secondo gli ex vertici militari, vi sono almeno due ragioni fondamentali. In primo luogo, ridurre la dipendenza da forniture estere di gas e petrolio — indipendentemente dal Paese di origine — significa diminuire una vulnerabilità strategica. In secondo luogo, un sistema energetico basato su fonti rinnovabili distribuite risulta intrinsecamente più resiliente rispetto a uno fondato su grandi impianti centralizzati, più esposti ad attacchi mirati.

L’esperienza del conflitto in Ucraina fornisce una dimostrazione concreta di questa dinamica: da un lato, gli attacchi alle centrali elettriche e agli impianti di produzione; dall’altro, le incursioni contro raffinerie e infrastrutture energetiche concentrate. Colpire un singolo nodo strategico può avere conseguenze rilevanti sull’intero sistema. Un’ampia diffusione di impianti fotovoltaici ed eolici sul territorio, al contrario, rende estremamente difficile compromettere l’approvvigionamento energetico nel suo complesso.

Nonostante ciò, le politiche attualmente perseguite sembrano muoversi in direzione opposta. Si rafforza l’industria degli armamenti, si acquisiscono sistemi di cybersicurezza e tecnologie militari dall’estero, mentre parallelamente si indebolisce il percorso di transizione energetica. Le fonti rinnovabili continuano a crescere a un ritmo inferiore rispetto agli obiettivi europei, ostacolate da procedure autorizzative complesse e da vincoli normativi che, anziché essere rimossi, vengono ulteriormente irrigiditi.

Contestualmente, si continua a sostenere l’industria dei combustibili fossili, promuovendo l’idea dell’Italia come hub europeo del gas e investendo in nuove infrastrutture, nonostante sia noto che, in linea con gli impegni climatici dell’Unione Europea, il consumo di gas dovrebbe ridursi progressivamente fino ad azzerarsi entro il 2050.

Queste scelte lasciano intendere una scarsa fiducia nel raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione, come dimostrano le resistenze all’attuazione di misure intermedie già concordate: dall’efficientamento energetico degli edifici alla progressiva eliminazione dei motori a combustione interna, fino alle politiche sul riuso dei materiali. In alternativa, si promuovono soluzioni come la cattura e lo stoccaggio della CO₂ nei giacimenti esauriti, ad esempio nell’area dell’Adriatico. Tuttavia, tali tecnologie risultano significativamente più costose, in termini di CO₂ evitata, rispetto all’impiego diretto delle rinnovabili per la produzione di elettricità e calore, che rappresentano le principali fonti di emissione.

A questo si aggiunge il ritorno ciclico del tema del nucleare, spesso presentato come soluzione rapida, economica e già disponibile, attraverso ipotetici reattori modulari di nuova generazione. In realtà, l’assenza di impianti operativi di questo tipo nel mondo occidentale rende incerti tempi, costi, affidabilità e convenienza economica. L’effetto principale di questa narrazione è quello di rallentare l’urgenza percepita della transizione alle rinnovabili, alimentando l’illusione di soluzioni future sempre imminenti, inclusa la fusione nucleare, da decenni promessa come “prossima” ma mai realizzata su scala industriale.

Resta inoltre irrisolta una questione fondamentale: la sicurezza in caso di conflitto. Le centrali nucleari sono infrastrutture estremamente sensibili e potenzialmente catastrofiche se coinvolte in azioni belliche, come dimostra il caso di Zaporižžja. Un rischio che sembra essere sottovalutato nel dibattito pubblico.

Infine, va ricordato un dato difficilmente contestabile: i Paesi con una maggiore quota di energie rinnovabili nella produzione elettrica registrano costi dell’energia più bassi per cittadini e imprese, come dimostrano esempi quali Danimarca, Spagna e Portogallo. Se il costo dell’energia è davvero un fattore determinante per la competitività industriale, accelerare la diffusione delle rinnovabili appare una scelta logica e immediatamente efficace.

Se dunque si è deciso, nel contesto attuale, di destinare ingenti risorse al rafforzamento militare, sarebbe quantomeno auspicabile seguire l’indicazione di chi, con esperienza diretta in ambito strategico, suggerisce di impiegare una parte di tali fondi in interventi capaci di aumentare la sicurezza, la resilienza e la qualità della vita, e non esclusivamente la capacità distruttiva.

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